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Albert Hofmann Bicycle Day

Rinascita Psichedelica: la nuova frontiera della psichiatria evidence-based

Nel 1943 Albert Hofmann registrava gli effetti del LSD-25, inaugurando un’era che avrebbe dovuto rivoluzionare la psichiatria. Invece, per quarant’anni, queste sostanze sono svanite dalla ricerca clinica legittima, sepolte sotto lo stigma della controcultura e della politica proibizionista.

Oggi, tuttavia, la psicofarmacologia sta vivendo una parabola inaspettata: la Rinascita Psichedelica non è più un slogan, ma una realtà scientifica sostenuta da trial clinici randomizzati, neuroimaging funzionale e designazioni della FDA di una “Breakthrough Therapy”.

Questo articolo cerca di delineare a grandi linee l’arco storico che dal Bicycle Day ha condotto alla classificazione in Schedule I — quando la demonizzazione politica soppiantò l’evidenza medica — fino agli studi contemporanei di Johns Hopkins e Imperial College. Esaminiamo come psilocibina, MDMA e ketamina stiano dimostrando efficacia evidence-based in depressioni resistenti e PTSD, sfidando il paradigma della gestione cronica dei sintomi a favore di modelli terapeutici di trasformazione.

Particolare attenzione merita il caso italiano, un Paese con eccellenze cliniche che tuttavia naviga tra ritardi normativi e caute aperture alla sperimentazione controllata. La domanda che ci poniamo è se la psichiatria italiana sia pronta a integrare questi strumenti, passando dai pregiudizi culturali a protocolli rigorosi di cura.

Una storia di promesse tradite, abusi militari e, ora, di rigorosa redenzione scientifica.

rivoluzione psichedelica tra psicofarmaci e psichedelici la storia

La prima rivoluzione psichedelica (1950-1970): promesse mancate e il lungo inverno della ricerca

Nel pomeriggio del 19 aprile 1943, Albert Hofmann, un chimico trentasettenne dei laboratori Sandoz di Basilea, salì sulla sua bicicletta per tornare a casa dopo un’ennesima giornata di lavoro. Niente di straordinario, se non per il fatto che Hofmann stava vivendo uno dei più potenti viaggi chimici mai registrati nella storia umana.

Tre giorni prima, in laboratorio, aveva accidentalmente assorbito una minuscola quantità di una sostanza che aveva sintetizzato nel 1938 ma mai testato a fondo: il dietilammide dell’acido lisergico, o LSD-25. Ora, pedalando tra i campi svizzeri, vedeva il mondo trasfigurato in vortici cromatici; il volto del suo vicino si contorceva in una maschera grottesca, e il tempo si era liquefatto.

Quel giorno, ricordato oggi come il Bicycle Day, segnò la nascita ufficiale dell’era psichedelica moderna.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che quella molecola avrebbe illuminato le cattedrali interiori della coscienza per poi precipitare la ricerca scientifica in un abisso di proibizione durato quarant’anni.

Gli anni della luce: psichiatria e misticismo

Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’ LSD non era una droga di strada, ma un promettente strumento farmacologico salutato con entusiasmo dalle più prestigiose riviste mediche. I ricercatori lo definivano “psicochirurgia farmacologica” o “psicoplastica“, convinti che potesse abbattere le difese psicologiche in modo più rapido e sicuro dell’analisi freudiana tradizionale.

Humphry Osmond, uno psichiatra britannico che lavorava in Canada con il collega John Smythies, coniò persino il termine “psichedelico” — dal greco psyche (anima) e deloun (manifestare) — per descrivere la capacità di queste sostanze di rendere manifesto l’inconscio.

  • Osmond e il suo team negli ospedali psichiatrici della Saskatchewan ottennero risultati che oggi sembrano straordinari: in studi controllati, circa il 50-90% dei pazienti alcolisti cronici, refrattari a qualsiasi terapia convenzionale, rimaneva astinente un anno dopo una singola dose massiva di LSD o mescalina, fornita nel contesto di una psicoterapia intensiva. Le cartelle cliniche descrivevano pazienti che, attraversando esperienze di “morte dell’ego”, tornavano alla sobrietà con una nuova prospettiva esistenziale.

Paralleamente, Betty Eisner e altri clinici americani stavano sperimentando la psilocibina (il principio attivo dei funghi Psilocybe) per la depressione endogena e l’ansia esistenziale nei malati terminali, ottenendo tassi di miglioramento impressionanti.

  • Il modello terapeutico era rigoroso: sessioni in ambienti controllati, presenza di due terapeuti (maschio e femmina, per bilanciare le dinamiche parentali), preparazione psicologica preliminare e lunghe fasi di integrazione post-esperienza. Non si trattava di indurre “trip” per diletto, ma di indurre stati simili al delirio mistico descritto da William James, nei quali il paziente poteva confrontarsi con i traumi radicati in una condizione di plasticità neuropsicologica massima.

L’ombra della CIA: MKUltra e la contaminazione militare

Ma mentre la psichiatria umanistica esplorava potenziali cure, altri attori guardavano all’ LSD con intenti ben diversi.

Nel 1953 la CIA lanciò il progetto MK‑Ultra, un programma di ricerca sul controllo mentale finanziato con budget segreti e coordinato dal chimico Sidney Gottlieb.

L’obiettivo era sviluppare una “droga della verità” utilizzabile negli interrogatori, in particolare contro i servizi sovietici, e studiare tecniche di manipolazione della mente, anche al fine di creare soggetti altamente influenzabili o ri‑programmabili (un’idea che, nella cultura popolare, è stata poi riassunta nel concetto di “agenti zombie”).

Tra gli esperimenti più oscuri figurano quelli condotti dallo psichiatra Donald Ewen Cameron presso l’Università McGill di Montreal, dove pazienti psichiatrici non consenzienti venivano sottoposti a dosi massicce di LSD, spesso associate a elettroshock intensificati e a tecniche di “depatterning” — cioè all’annientamento della memoria e della struttura dell’identità attraverso stimoli sensoriali continui, sonno prolungato indotto da farmaci e ripetute sedute di elettroshock.

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Questi esperimenti, finanziati e coperti dal programma MK‑Ultra, hanno prodotto danni duraturi nei pazienti e oggi sono considerati un esempio estremo di abuso etico e di violazione dei diritti umani in ambito psichiatrico.

La ricerca clinica seria si trovò così invischiata in uno scandalo etico di proporzioni gigantesche.

Quando nel 1975 la Commissione Church rese pubblici i documenti MKUltra, la credibilità di qualsiasi studio su sostanze psichedeliche venne irrimediabilmente compromessa agli occhi dell’opinione pubblica.

Il danno collaterale fu devastante: se la CIA aveva usato queste molecole per torturare, come potevano essere simultaneamente terapeutiche? La confusione tra uso militare coercitivo e applicazione clinica controllata gettò un’ombra lunghissima sulla legittimità scientifica del campo.

Dall’entusiasmo al proibizionismo

La spinta finale verso il divieto totale arrivò tuttavia non dai laboratori segreti, ma dalla piazza.

Verso la metà degli anni Sessanta, l’LSD diventò il carburante simbolico della controcultura americana. Timothy Leary, psicologo di Harvard fino al licenziamento scandalistico del 1963, predicava l’evangelo psichedelico con lo slogan “Turn on, tune in, drop out” — accendi, sintonizzati, staccati. La molecola passò da strumento terapeutico a sacramento politico, minacciando l’ordine sociale. La reazione fu immediata e brutale.

Nel 1970, il presidente Richard Nixon firmò il Controlled Substances Act, che classificava l’LSD, la psilocibina e la mescalina nella Schedule I: sostanze con alto potenziale di abuso e nessun valore medico accettato.

Paradossalmente, questa classificazione fu applicata nonostante esistessero già migliaia di studi scientifici che ne documentavano l’utilità terapeutica.

La Schedule I impose non solo il divieto di uso ricreativo, ma rese quasi impossibile la ricerca accademica: per manipolare queste sostanze, gli scienziati dovevano ottenere licenze federali quasi inesistenti, gestire una burocrazia labirintica e scontrarsi con il timore di associazioni professionali terrorizzate dallo stigma.

Tra il 1972 e il 1990, le pubblicazioni scientifice su psichedelici crollarono drasticamente; le riviste mediche principali trattarono l’argomento come un tabù, e una generazione di psichiatri si formò completamente all’oscuro di queste potenziali terapie.

Il lungo inverno e la rinascita

Perché ci sono voluti quarant’anni per rialzare la testa? La risposta sta nell’interazione tra stigma culturale, rigidità normative e interessi economici.

La Schedule I creò un “effetto di raffreddamento” che congelò non solo la ricerca, ma anche la trasmissione della conoscenza.

  • Gli psichiatri che avevano assistito ai miracoli degli anni Cinquanta andarono in pensione portando con sé competenze orali mai codificate.
  • Le case farmaceutiche, prive di incentivi economici (le sostanze psichedeliche non brevettabili e somministrabili poche volte l’anno minacciavano il modello di business dei farmaci quotidiani), disertarono il campo.

La svolta arrivò solo nel 2006, quando Roland Griffiths della Johns Hopkins University pubblicò su Psychopharmacology uno studio rigoroso che dimostrava come la psilocibina potesse indurre esperienze “mistiche” soggettivamente identiche a quelle descritte da mistici contemplativi secolari, con effetti benefici sulla salute mentale duraturi nel tempo.

Per la prima volta dopo decenni, una ricerca psichedelica era stata pubblicata su una rivista mainstream con metodologia scientifica inoppugnabile. Quello studio aprì una crepa nel muro del silenzio, dimostrando che era possibile studiare queste sostanze con la stessa serietà degli anni settanta, ma senza le contaminazioni politiche e militari del passato.

Tuttavia, il divario temporale ha lasciato cicatrici. Mentre altri campi della neuroscienza progredivano esponenzialmente, la scienza psichedelica rimase fossilizzata agli standard degli anni sessanta.

Oggi, nell’era della connettività funzionale cerebrale e della neuroplasticità molecolare, i ricercatori devono ricostruire quasi da zero un edificio scientifico che avrebbe potuto essere solido da tempo — se solo la storia non avesse imbavagliato per quarant’anni una delle promesse più affascinanti della psichiatria del Novecento.

Il paradigma contemporaneo: da sostanze ricreative a farmaci psichiatrici

L’immagine che molti hanno dei psichedelici — ragazzi sballati a un festival che guardano il cielo scoppiare di colori — rischia di essere oggi più fuorviante di un’antica mappa geografica. Il cambiamento è terminologico prima che sostanziale.

Nel linguaggio scientifico contemporaneo, distinguiamo infatti nettamente tra “psicotropi” e “psichedelici“.

  • Il primo termine è un ombrello vastissimo che include qualsiasi sostanza in grado di alterare la funzione cerebrale: dalla caffeina all’eroina, dagli antidepressivi SSRI all’alcol.
  • Gli psichedelici rappresentano invece una sottoclasse altamente specifica, caratterizzata dall’agonismo primario sui recettori 5-HT2A della serotonina e dalla capacità di indurre stati alterati di coscienza definiti “non ordinari” — esperienze in cui l’ego si frammenta, il tempo si dilata e la percezione dei confini tra sé e il mondo si dissolve.

Questa distinzione non è accademica. Mentre psicotropi come benzodiazepine o oppioidi determinano dipendenza fisica e tolleranza crescente, i classici psichedelici (LSD, psilocibina, DMT, mescalina) si sono rivelati, in contrasto con gli stereotipi, sostanze con basso potenziale di dipendenza e un profilo di tolleranza molto diverso, che non favorisce il loro uso ripetitivo come avviene con gli oppioidi o i farmaci sedativo‑ipnotici.

Studi longitudinali condotti presso l’Imperial College di Londra dimostrano che una singola esperienza psichedelica ben condotta può produrre cambiamenti di personalità duraturi, con aumento misurabile della “apertura all’esperienza” e riduzione della nevrosi, senza necessità di assunzioni ripetute.

Sono farmaci che, paradossalmente, funzionano meglio quando si prende meno: un modello terapeutico che sfida l’intera logica farmacologica occidentale, basata su assunzioni giornaliere e spesso per molto tempo.

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I laboratori della rinascita

Se il 1970 segna la chiusura, il 2006 rappresenta la riapertura. In quell’anno Roland Griffiths, neuroscienziato della Johns Hopkins University, pubblicò uno studio che fece tremare le fondamenta della psicofarmacologia.

Griffiths somministrò psilocibina a volontari spiritualmente inclini ma privi di esperienze psichedeliche precedenti. Utilizzando scale psicometriche standardizzate per misurare esperienze mistiche — sviluppate originariamente per studiare i mistici cristiani medievali — scoprì che due terzi dei partecipanti descrivevano l’esperienza come una delle cinque più significative della loro esistenza, paragonabile alla nascita del primo figlio o alla morte di un genitore. Incredibilmente, questi effetti persistevano a distanza di quattordici mesi, associati a miglioramenti stabili nel benessere psicologico.

Parallelamente, attraversando l’Atlantico, l’Imperial College London stava costruendo la più avanzata infrastruttura di ricerca psichedelica del mondo.

Robin Carhart-Harris e David Nutt — quest’ultimo famoso per avere scandalizzato il governo britannico classificando l’alcol e il tabacco come sostanze più dannose del LSD — pionierizzarono l’uso della risonanza magnetica funzionale (fMRI) per osservare il cervello sotto psilocibina.

Le immagini prodotte erano rivoluzionarie: il default mode network (DMN), quella rete neurale associata all’autoriflessione e al “sé” narrativo, si disattivava drasticamente durante il picco dell’esperienza. Per la prima volta si aveva una prova neurobiologica del “dissolvimento dell’ego” tanto caro ai mistici.

Questi due centri — Johns Hopkins e Imperial College — hanno funzionato come poli magnetici di un nuovo paradigma. Hanno dimostrato che è possibile studiare le sostanze psichedeliche con la rigida metodologia delle prove randomizzate controllate (RCT), doppio cieco con placebo, superando l’accusa di “soft science” che aveva delegittimato il campo negli anni Settanta.

La designazione che cambia tutto: Breakthrough Therapy

Nel 2018 qualcosa di ancora più concreto accadde negli Stati Uniti. La Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia regolatoria farmaceutica statunitense, attribuì alla psilocibina lo status di “Breakthrough Therapy” per il trattamento della depressione maggiore resistente ai farmaci (TRD).

Non si tratta di un semplice attestato di stima: la designazione Breakthrough Therapy si riserva a farmaci che dimostrano evidenze preliminari di efficacia sostanzialmente superiore alle terapie esistenti per patologie gravi. Attiva un processo di sviluppo accelerato, con interazioni frequenti tra agenzia regolatoria e sponsor del farmaco, per portare rapidamente al paziente trattamenti salvavita.

Nel 2017 la stessa designazione era stata concessa alla MDMA (l’ecstasy dei rave party degli anni Novanta) per il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), grazie agli studi condotti dalla Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS).

I dati degli studi di Fase III, pubblicati nel 2021, mostravano tassi di remissione del 67% nei veterani di guerra e vittime di abusi sessuali trattati con MDMA-assited therapy, contro il 32% del placebo. Questi numeri sono impressionanti in un campo — il PTSD — dove le terapie convenzionali falliscono nel 40-60% dei casi.

La FDA ha quindi preso atto di quanto la ricerca accademica suggeriva: queste sostanze, un tempo demonizzate, rappresentano potenzialmente uno dei progressi più significativi nella psichiatria degli ultimi decenni, dopo l’introduzione degli psicofarmaci negli anni Cinquanta.

Approvazioni di psilocibina per la depressione e di MDMA per il PTSD sono in fase avanzata negli Stati Uniti, con possibili decisioni regolatorie attorno al 2025–2026, mentre l’Europa appare destinata a seguire con maggiore cautela e con un gap temporale, anche se non ancora definito.

La “Psychedelic Renaissance”: scienza, cultura e decriminalizzazione

Si parla oggi, non a caso, di “Psychedelic Renaissance” — Rinascita Psichedelica. Il termine evoca deliberatamente il Rinascimento italiano: un ritorno alle fonti classiche (gli studi degli anni Cinquanta/Sessanta) dopo un Medioevo buio (il proibizionismo), ma con strumenti nuovi (neuroscienze, neuroimaging, genetica). Questa rinascita però ha una duplice anima.

  • Da un lato, l’aspetto scientifico-rigoroso: centinaia di trial clinici registrati su ClinicalTrials.gov, finanziamenti milionari da parte di istituzioni come il National Institute of Mental Health (NIMH) e la Wellcome Trust, nascita di startup biotech che sviluppano formulazioni standardizzate di psilocibina sintetica.
  • Dall’altro, un movimento culturale e sociale che spinge per la decriminalizzazione delle piante psichedeliche. Città come Denver, Oakland e Seattle hanno depenalizzato l’uso personale di funghi psilocibinici; l’Oregon ha legalizzato centri terapeutici assistiti; e movimenti religiosi come la Native American Church (peyote) o la Santo Daime (ayahuasca) rivendicano il diritto all’uso sacramentale.

Questa dualità crea ancora una volta tensioni. La comunità scientifica teme che l’euforia popolare (“microdosaggio fai-da-te”, cliniche non regolamentate in paesi permessivi) possa compromettere la serietà del movimento, generando incidenti che alimentino nuovi divieti. Al contempo, i ricercatori riconoscono che il cambiamento culturale ha reso possibile la ripresa degli studi e senza l’opinione pubblica più aperta, nessun governo avrebbe autorizzato i trial clinici.

Oggi siamo dunque in una fase di transizione delicata.

Gli psichedelici stanno migrando dalla categoria delle “sostanze di abuso” a quella dei “farmaci della mente”, ma questa transizione richiede nuovi protocolli, nuove figure professionali (i “psychedelic therapists” o facilitatori), e soprattutto una nuova comprensione della salute mentale: non più gestione cronica dei sintomi, ma potenziale guarigione attraverso la rielaborazione profonda dei traumi.

Il “vecchio” paradigma psichiatrico guardava al paziente come a un circuito elettrico con fusibili bruciati da sostituire; il nuovo paradigma psichedelico lo considera un sistema complesso capace di riorganizzazione autonoma, se solo si creano le condizioni giuste per far emergere ciò che è nascosto.

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Italia e psichedelici: il ritardo normativo e l’eccellenza della ricerca clinica

Mentre negli Stati Uniti i pazienti iniziano a prenotare terapie assistite da psilocibina in cliniche regolamentate dell’Oregon, e nel Regno Unito l’Imperial College ospita uno dei principali centri europei di ricerca psichedelica con finanziamenti statali, l’Italia si trova in una posizione paradossale: è fortemente in ritardo sul piano normativo, ma avvia i primi tentativi di ricerca clinica con psichedelici in contesti di ricerca controllata o di uso compassionevole. Questo equilibrio fragile, tra rigore giuridico e sperimentazione clinica emergente, rappresenta il filo sottile su cui cammina la psichiatria italiana dei psichedelici.

Il divario normativo è abissale. Nel nostro Paese, psilocibina, MDMA, LSD e DMT sono inserite nella Tabella I delle sostanze stupefacenti, quella riservata alle sostanze con maggiore potere tossicomanigeno e soggette a rigido controllo. A differenza di quanto accade negli Stati Uniti con la Schedule I, che permette la ricerca medica con autorizzazione DEA, in Italia la classificazione in Tabella I rende la sperimentazione clinica con questi composti estremamente complessa e di fatto rara. Al momento della stesura di questo articolo, un solo trial clinico sulla psilocibina è stato approvato dal Ministero della Salute su pazienti italiani.

La ketamina: la scappatoia legale

La ketamina occupa uno status normativo ibrido. Classificata tra gli allucinogeni della Tabella I delle sostanze stupefacenti e psicotrope, continua a essere un anestetico veterinario e umano in commercio dal 1970.

Ciò significa che i medici italiani possono prescriverla in uso off‑label — per indicazioni diverse da quelle originarie, per esempio nel trattamento della depressione resistente o del dolore cronico — in base al principio di buona pratica clinica e alla letteratura scientifica, purché siano rispettate le norme sull’uso off‑label e l’eventuale necessità di protocolli di sperimentazione o di uso compassionevole previsti dal Ministero della Salute e dall’AIFA.

Non è necessariamente richiesto un trial clinico formale per l’uso individuale, ma è essenziale che il medico conosca la letteratura e assuma la piena responsabilità professionale della prescrizione.

Nel 2019 la FDA ha approvato l’esketamina (forma enantiomerica della ketamina), spray nasale con il nome commerciale Spravato®, in combinazione con un antidepressivo orale, per la depressione resistente al trattamento. In Italia, dopo l’autorizzazione europea, l’AIFA ha definito le condizioni di rimborsabilità del farmaco, con un regime di “reimbursement” fortemente limitato; le strutture pubbliche autorizzate a somministrarla secondo le indicazioni AIFA sono tuttavia molto ristrette.

L’alba di una nuova psichiatria

La storia dei psichedelici è una parabola di promesse tradite e rinascite inaspettate. Da strumenti terapeutici rivoluzionari negli anni Cinquanta e Sessanta, sono stati relegati nel limbo del proibizionismo per decenni, vittime di una guerra culturale che ha confuso la scienza con la controcultura, la cura con l’abuso. Oggi, però, quella storia sta cambiando. Non si tratta di un semplice ritorno al passato, ma di una rivoluzione scientifica e culturale che ridefinisce il concetto stesso di cura per la guarigione.

Le evidenze sono chiare: molecole come la psilocibina, la ketamina e la MDMA non sono solo “droghe” o “sostanze ricreative”, ma strumenti terapeutici potenti, capaci di riorganizzare le reti neurali, dissolvere i meccanismi di difesa patologici e offrire una via d’uscita a chi soffre di depressione resistente, PTSD o dipendenze. Non agiscono come gli antidepressivi tradizionali, che sopprimono i sintomi, ma come catalizzatori di un processo di trasformazione interiore. Il loro potenziale non risiede solo nella chimica, ma nella capacità di aprire una finestra di plasticità cerebrale in cui la mente può finalmente rielaborare traumi, paure e schemi disfunzionali.

Eppure, l’Italia si trova in una posizione ambivalente. Da un lato, c’è un’eccellenza clinica e scientifica che non ha nulla da invidiare ai centri internazionali più avanzati, dall’altro, persistono ostacoli culturali, burocratici e legislativi che rischiano di tenere l’Italia ai margini di una rivoluzione che sta già cambiando la psichiatria.

La domanda che ci dobbiamo porre è semplice: siamo pronti, come società, a superare i pregiudizi e ad abbracciare un modello di cura che non si limita a gestire i sintomi, ma punta a guarire attraverso la trasformazione? La risposta non dipende solo dai ricercatori o dai clinici, ma da tutti noi. Perché la vera rivoluzione dei psichedelici non è solo scientifica, ma anche etica: ci chiede di ripensare il rapporto tra mente, coscienza e guarigione, e di riconoscere che, a volte, la strada per la salute mentale passa attraverso l’esplorazione di territori inesplorati della coscienza umana.

Bibliografia

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