Nel 1960, Donald Winnicott fece un’affermazione che avrebbe dovuto scuotere le fondamenta della psicoanalisi e della cultura occidentale: “Il problema centrale dell’essere umano non è la sessualità né l’aggressività, ma il fatto della dipendenza.“
Era una dichiarazione rivoluzionaria. Freud aveva costruito l’intero edificio della psicoanalisi sulla sessualità infantile repressa. Melanie Klein aveva posto l’aggressività innata e l’invidia al centro dello sviluppo psichico.
Ma Winnicott stava dicendo qualcosa di più radicale: il nostro problema fondamentale, la ferita originaria da cui derivano tutte le altre, è aver bisogno degli altri per esistere.
E ancora più scomodo: è il fatto che questo bisogno non scompare mai del tutto.
Punti Chiave
- Problema Centrale: La dipendenza è la ferita originaria e il problema centrale dell’essere umano (Winnicott), non la sessualità o l’aggressività.
- Radice del Tabù: La paura adulta della dipendenza è la riattivazione inconscia della nostra vulnerabilità assoluta vissuta nei primissimi mesi di vita.
- Terrore Primordiale: Ammettere il bisogno rievoca le “agonie primitive”—il terrore di annichilimento e abbandono—legate a quando la figura di cura tardava.
- Misoginia e Paura: Il rifiuto culturale della dipendenza è legato alla “Paura di WOMAN”, l’inconscio terrore di essere controllati dalla donna da cui dipendevamo per la sopravvivenza.
- Costo dell’Indipendenza: L’ideale di indipendenza assoluta è una difesa che ci protegge dal terrore, ma ci condanna alla solitudine, negando la nostra fondamentale condizione umana di bisogno di connessione.

La vulnerabilità che non possiamo ricordare
C’è un’esperienza che tutti abbiamo vissuto ma che nessuno può ricordare consciamente: i primi mesi di vita, quando eravamo in uno stato di dipendenza assoluta.
Immaginate cosa significava. Non potevate nutrirvi da soli. Non potevate muovervi. Non potevate regolare la vostra temperatura corporea. Non potevate comunicare i vostri bisogni se non attraverso il pianto. Non sapevate nemmeno dove finiva il vostro corpo e iniziava il mondo esterno.
La vostra sopravvivenza – fisica, ma anche psichica – dipendeva completamente dalla disponibilità di un altro essere umano a prendersi cura di voi. Se quella persona non fosse arrivata quando piangavate, se non vi avesse nutrito, cambiato, tenuto, cullato, voi letteralmente non sareste sopravvissuti.
Questa non è un’esagerazione poetica. È la realtà nuda e cruda della condizione umana nei suoi primi mesi. Una vulnerabilità così totale, così assoluta, che non ha paragoni in nessun altro momento della vita.
E questa esperienza, per quanto rimossa dalla memoria conscia, rimane inscritta nel profondo della nostra psiche. È la matrice emotiva su cui si costruisce tutto il resto della nostra esistenza psicologica.
Il terrore sepolto
La ragione per cui la dipendenza è diventata un tabù così potente è che, nel profondo, ci riporta inconsciamente a quella vulnerabilità primordiale. Ammettere di dipendere da qualcuno da adulti riattiva l’eco di quella dipendenza infantile assoluta – e il terrore che la accompagnava.
Perché non era solo una dipendenza tranquilla e serena. Era accompagnata da momenti di angoscia primitiva: quando la madre tardava a venire, quando il bisogno era troppo intenso e la risposta troppo lenta, quando per qualche ragione l’ambiente non riusciva a sintonizzarsi perfettamente sui bisogni del bambino.
Winnicott chiamava questi momenti “agonie primitive“. Non erano semplicemente spiacevoli: erano esperienze di annichilimento, di caduta in un vuoto senza fondo, di frammentazione del sé ancora non formato. Per il bambino piccolissimo, quando la madre non arriva, non è solo che soffre di un disagio: è che il suo mondo crolla, letteralmente.
Queste esperienze rimangono nel nostro inconscio come tracce mnestiche terrorizzanti. E quando da adulti ci troviamo a dipendere da qualcuno – emotivamente, non solo praticamente – si riattiva inconsciamente l’eco di quel terrore primordiale. “E se l’altro non ci fosse quando abbiamo bisogno? E se ci abbandonasse? E se ci lasciasse cadere?”
È per questo che la dipendenza fa così paura. Non è solo una questione razionale di non voler essere feriti. È un terrore pre-verbale, viscerale, che ci riporta a quello stato di impotenza assoluta che il nostro io adulto non può tollerare di riconoscere.
La donna che non possiamo perdonare
Ma c’è un altro strato, ancora più profondo e ancora più tabù, in questa paura della dipendenza. Ed è legato a un fatto incontrovertibile: tutti, senza eccezione, siamo stati dipendenti da una donna.
Che quella donna sia stata la madre biologica, una madre adottiva, una nonna, una tata – non importa. La persona che ci ha tenuti in vita nei primi mesi della nostra esistenza, che ha risposto ai nostri bisogni, dalla cui presenza dipendeva la nostra sopravvivenza, era una donna.
Winnicott lo chiamava “la paura di WOMAN” (in maiuscolo, per distinguerla dalla paura di donne specifiche). È il terrore inconscio, presente in tutte le persone indipendentemente dal genere, legato al fatto che una donna ha avuto su di noi un potere assoluto, totale, senza il quale non saremmo sopravvissuti.
Questa paura non è razionale. È primitiva, pre-verbale, spesso completamente inconscia. Ma le sue conseguenze si riverberano attraverso tutta la cultura.
“La paura di WOMAN è la paura del riconoscimento del fatto della dipendenza,” scriveva Winnicott. È il terrore di ammettere che la nostra esistenza stessa è stata, all’inizio, completamente nelle mani di una donna. E che, in qualche modo, questa dipendenza fondamentale non è mai stata completamente superata.
Le radici profonde della misoginia
Qui troviamo uno dei collegamenti più scomodi ma necessari da fare: tra la negazione della dipendenza e la misoginia strutturale che permea la cultura patriarcale.
Se è troppo spaventoso ammettere di essere stati completamente dipendenti da una donna, se questo riattiva terrori primitivi di impotenza e vulnerabilità, una “soluzione” psicologica è svalutare le donne. Renderle inferiori, deboli, meno capaci, meno importanti.
È una logica perversa ma potente: “Non posso essere stato davvero dipendente da qualcuno di così inferiore, debole, irrilevante. Quindi la mia dipendenza non era poi così significativa. Quindi non sono stato davvero così vulnerabile.”
La misoginia, da questa prospettiva, è anche una difesa massiccia contro il riconoscimento della dipendenza primaria. È un modo per negare il debito fondamentale che tutti abbiamo verso le donne che ci hanno cresciuto.
Non è un caso che le culture più rigidamente patriarcali siano anche quelle che celebrano più intensamente l’indipendenza maschile e che svalorizzano maggiormente il lavoro di cura, storicamente femminile. La madre deve essere idealizzata in modo astratto (la Madonna) o svalutata (la donna come essere inferiore), ma mai riconosciuta nella sua reale potenza: quella di aver avuto nelle sue mani la nostra sopravvivenza psichica e fisica.
L’indipendenza come ideale maschile
La costruzione culturale dell’indipendenza come valore supremamente “maschile” non è casuale. È parte di un sistema difensivo più ampio contro il riconoscimento della dipendenza primaria dalla madre.
L’uomo “vero” nella cultura patriarcale è quello che non ha bisogno di nessuno, che non mostra vulnerabilità, che non chiede aiuto, che non ammette paura o bisogno di cura. È l’opposto esatto del bambino dipendente.
Ma questa costruzione culturale crea un doppio legame devastante per gli uomini. Da un lato, hanno gli stessi bisogni di dipendenza di tutti gli esseri umani – sono stati bambini vulnerabili esattamente come le donne. Dall’altro, la loro identità di genere richiede di negare completamente questi bisogni.
Il risultato è quello che potremmo chiamare una “dipendenza dissociata“: gli uomini dipendono dalle donne (spesso dalle partner) per la regolazione emotiva, per il lavoro di cura, per il sostegno psicologico, ma non possono riconoscerlo né nominarlo. Questa dipendenza deve rimanere invisibile, negata, non riconosciuta.
E quando emerge – quando un uomo si trova a dipendere emotivamente da una donna – scatta la vergogna, la sensazione di essere “meno uomo”, di essere debole, inadeguato. La dipendenza diventa così doppiamente tabù: è spaventosa per le ragioni primitive che valgono per tutti, ed è anche minacciosa per l’identità di genere costruita culturalmente.
La vergogna del bisogno
Alle donne, d’altra parte, è culturalmente permesso – anzi, richiesto – di essere dipendenti. Ma questa permissività ha un prezzo: rafforza lo stereotipo della donna come essere naturalmente bisognoso, incompleto, che ha “naturalmente” bisogno di protezione e cura maschile.
La donna che ammette di aver bisogno dell’altro conferma lo stereotipo. La donna che dichiara di non aver bisogno di nessuno viene spesso percepita come “troppo indipendente”, “castrante”, “fredda”. È un doppio vincolo speculare a quello maschile.
Ma per entrambi i generi – e per le persone che non si riconoscono in questi binari – la vergogna associata ai bisogni di cura e accudimento rimane un filo conduttore. Abbiamo interiorizzato l’idea che aver bisogno di essere “tenuti” emotivamente sia infantile, regressivo, segno di immaturità.
Questa vergogna si manifesta in mille modi sottili. Nell’adulto che si scusa quando piange. Nella persona che si giustifica quando chiede sostegno. Nel partner che minimizza il proprio bisogno dell’altro (“Non è che non posso stare senza di te, solo che sto meglio quando ci sei”).
Persino nel linguaggio terapeutico a volte si insinua questo giudizio: parliamo di “bisogni di accudimento non risolti” come se fossero problemi da superare, piuttosto che aspetti costitutivi dell’essere umano che richiedono integrazione e riconoscimento.
Il costo del rifiuto
Negare la dipendenza primaria ha un costo psicologico enorme. Significa negare una parte fondamentale della nostra storia e della nostra natura. Significa costruire l’identità su una falsità: l’idea di essere sempre stati autonomi, autosufficienti, non-bisognosi.
Questa falsità ci impone di vivere in un costante stato di vigilanza contro i nostri bisogni più autentici. Dobbiamo continuamente controllare e reprimere gli impulsi a cercare conforto, sostegno, vicinanza. Dobbiamo mantenere attiva una corazza difensiva che ci separa dall’esperienza piena della relazione.
Il paradosso è che nel tentativo di proteggerci dal terrore della dipendenza, ci condanniamo alla solitudine. Teniamo gli altri a distanza per non dover ammettere quanto abbiamo bisogno di loro. Ma questa distanza ci priva esattamente di ciò di cui abbiamo bisogno per prosperare.
Verso il riconoscimento
Riconoscere le radici del tabù della dipendenza non significa risolverlo magicamente. Il terrore primordiale non scompare solo perché lo comprendiamo intellettualmente. La paura di WOMAN, la vergogna dei bisogni di cura, i condizionamenti di genere – tutto questo opera a livelli profondi, spesso inconsci.
Ma nominare queste dinamiche è il primo passo. Capire che la nostra difficoltà ad ammettere la dipendenza non è solo una scelta razionale o un tratto caratteriale, ma ha radici profonde nella nostra storia individuale e collettiva.
Forse, riconoscendo il terrore che sta sotto il tabù, possiamo iniziare a vedere la dipendenza con occhi nuovi. Non come una minaccia alla nostra identità o alla nostra sopravvivenza, ma come la condizione fondamentale della nostra umanità – quella che ci ha permesso di sopravvivere come bambini e che continua a darci accesso alle esperienze più profonde di connessione e amore.
La domanda diventa: possiamo trovare il coraggio di guardare in faccia quel bambino vulnerabile e dipendente che siamo stati? Possiamo smettere di considerare quella vulnerabilità come una vergogna da nascondere, e iniziare a vederla come la base su cui si costruisce la possibilità stessa di amare ed essere amati?
Bibliografia
Rodman, RF. Winnicott. Vita e opere. Raffaello Cortina Editore, 2014
Making Use of Winnicott: A Roundtable Discussion. by Murray M. Schwartz. https://psyartjournal.com/article/show/m_schwartz-making_use_of_winnicott_a_roundtable_dis























