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Quanto dura l'astinenza da antidepressivi?

Quanto dura l’astinenza da antidepressivi?

Hai mai pensato a cosa succede quando si smette di prendere gli antidepressivi?

La sindrome da sospensione degli antidepressivi è un fenomeno reale che colpisce molte persone. Questa condizione si verifica quando si riducono o interrompono bruscamente farmaci come gli inibitori del reuptake della serotonina, SSRI o gli SNRI.

I sintomi astinenziali possono variare notevolmente da persona a persona, sia in termini di intensità che di durata.

La domanda che sorge spontanea è: Quanto dura l’astinenza da antidepressivi?

La risposta non è semplice, poiché dipende da diversi fattori. In genere, i sintomi di astinenza da antidepressivi possono manifestarsi entro pochi giorni dalla sospensione e persistere per alcune settimane. Tuttavia, in alcuni casi, possono durare più a lungo.

È importante rilevare che ogni individuo reagisce in modo diverso alla sospensione degli antidepressivi. Alcuni potrebbero sperimentare sintomi lievi e di breve durata, mentre altri potrebbero avere difficoltà più prolungate.

La durata dell’astinenza può essere influenzata dal tipo di antidepressivo, dalla dose assunta e dal tempo di utilizzo del farmaco.

Punti Chiave

  • La sindrome da sospensione degli antidepressivi può colpire circa il 20% dei pazienti
  • I sintomi astinenziali si manifestano solitamente entro 2-4 giorni dalla sospensione
  • La durata tipica dei sintomi varia da 1 a 2 settimane, ma può prolungarsi fino a un anno
  • Gli SSRI e gli SNRI possono causare sintomi di astinenza di diversa intensità
  • La gestione dell’astinenza da antidepressivi richiede un approccio personalizzato
Quanto dura l'astinenza da antidepressivi?
Quanto dura l’astinenza da antidepressivi?
Indice dei contenuti
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Sintomi e durata dell’astinenza da antidepressivi

L’interruzione o la riduzione della dose di antidepressivi può portare alla sindrome da sospensione anche sindrome da interruzione, una condizione caratterizzata da diversi sintomi astinenziali. Questa sindrome si manifesta in modo variabile, influenzata dal tipo di farmaco e dalle caratteristiche individuali del paziente.

Sintomi comuni dell’astinenza

I sintomi della sindrome da sospensione degli antidepressivi possono essere raggruppati in diverse categorie:

  • Disturbi sensoriali: vertigini, sensazione di shock elettrico
  • Sintomi affettivi: ansia, irritabilità, umore depresso
  • Problemi gastrointestinali: nausea, vomito, diarrea
  • Disturbi del sonno: insonnia, sogni vividi
  • Sintomi somatici: mal di testa, sudorazione, tremori

L’effetto rebound o anche detto da “rimbalzo” è un fenomeno comune, dove i sintomi originali della depressione possono riemergere temporaneamente con maggiore intensità.

Tempistiche di insorgenza dei sintomi

I sintomi astinenziali solitamente si manifestano entro pochi giorni dalla riduzione o interruzione del farmaco. Per gli SSRI e SNRI, l’insorgenza tipica è tra le 36 e le 96 ore dopo l’ultima dose. La paroxetina, ad esempio, può causare sintomi da 3 a 7 giorni dopo l’interruzione.

Quanto dura l’astinenza da antidepressivi

Sapere a priori quanto dura l’astinenza da antidepressivi non è facile.

La durata dell’astinenza da antidepressivi può variare notevolmente da persona a persona e da farmaco a farmaco. Per esempio vi sono delle differenze tra classi di farmaci antidepressivi e tra le singole molecole.

Circa il 50% delle persone che interrompono bruscamente l’assunzione o riducono drasticamente il dosaggio degli antidepressivi sperimentano sintomi di astinenza. La durata di questi sintomi dipende da diversi fattori, tra cui il tipo di farmaco e la durata del trattamento.

Durata tipica dei sintomi di astinenza

La durata dei sintomi di astinenza da antidepressivi varia considerevolmente. Nella maggior parte dei casi, i sintomi si risolvono spontaneamente in un periodo che va da 1 a 3 settimane, con una media di 5 giorni. Tuttavia, sono stati segnalati casi rari in cui i sintomi persistono per mesi.

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Ecco una tabella più completa sulla durata tipica dei sintomi di astinenza da vari antidepressivi:

AntidepressivoIncidenza di sintomi da sospensioneDurata tipica
Fluoxetina (Prozac)14%1-2 settimane
Paroxetina (Paxil)66%1-3 settimane
Sertralina (Zoloft)30%1-3 settimane
Venlafaxina (Efexor)78%1-3 settimane
Duloxetina (Cymbalta)44-50%1-2 settimane
Citalopram (Celexa)20%1-3 settimane
Escitalopram (Cipralex)27%1-3 settimane
Valori stimati in base all’esperienza dell’autore, dr Federico Baranzini

È importante notare che l’esperienza di astinenza può variare significativamente tra gli individui. Alcuni pazienti potrebbero sperimentare sintomi lievi e di breve durata, mentre altri potrebbero affrontare sintomi più intensi e prolungati.

La gestione dei sintomi di astinenza dipende dalla loro gravità. Nei casi lievi, rassicurare il paziente sulla natura temporanea dei sintomi può essere sufficiente. Nei casi più gravi, potrebbe essere necessario ripristinare l’antidepressivo e pianificare una riduzione più graduale.”

Federico Baranzini

Per monitorare l’andamento dei sintomi nel tempo, si consiglia ai pazienti di tenere un diario dei sintomi. Questo strumento può aiutare sia il paziente che il medico a valutare la progressione della sindrome da sospensione e a adattare il piano di trattamento di conseguenza.

Fattori che influenzano la durata dell’astinenza

La durata dell’astinenza è influenzata dal tipo di antidepressivo assunto. Gli Atipici, gli IMAO e i Triciclici sono associati a un rischio più elevato di sintomi di astinenza rispetto ad altri antidepressivi. La sospensione graduale del farmaco, detta anche tapering, può aiutare a ridurre l’intensità e la durata dei sintomi. I sintomi di solito compaiono entro tre giorni dall’interruzione dell’antidepressivo.

Casi di astinenza prolungata

In alcuni casi, l’astinenza può protrarsi per periodi più lunghi. L’astinenza prolungata può durare oltre sei mesi, con una durata media di 37 mesi.

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Esiste anche una fase di “rimbalzo” che può verificarsi tra l’astinenza acuta e quella persistente, con un peggioramento dei sintomi acuti che dura fino a sei settimane.

La gestione dei sintomi e il supporto medico sono fondamentali in questi casi di astinenza prolungata.

Consigli su Come Gestire la Sindrome da Astinenza Prolungata da Antidepressivi

La sindrome da astinenza prolungata da antidepressivi può essere una sfida significativa per molti pazienti. Gestirla efficacemente richiede un approccio integrato che combini strategie mediche, supporto psicologico e cambiamenti nello stile di vita. Ecco alcuni consigli utili per affrontare questa condizione:

Consultare un Professionista

  • Monitoraggio Regolare: Programmare visite regolari con un medico o uno psichiatra per monitorare i sintomi e adattare il piano di trattamento secondo necessità.
  • Personalizzazione del Trattamento: Il professionista può personalizzare il piano di sospensione e suggerire aggiustamenti della dose o cambi di farmaci se necessario.

Riduzione Graduale (Tapering)

  • Riduzione Lenta e Graduale: Seguire una riduzione molto lenta della dose, diminuendo la quantità di farmaco del 10% ogni mese o anche più lentamente, se necessario. Questo può aiutare a minimizzare i sintomi di astinenza.
  • Utilizzo di Formulazioni Liquide: Le formulazioni liquide permettono una regolazione più precisa della dose, facilitando una riduzione graduale.

Gestione dei Sintomi

  • Farmaci Sintomatici: In alcuni casi, i medici possono prescrivere farmaci per alleviare specifici sintomi di astinenza, come insonnia, nausea o ansia.
  • Rimedi Naturali: Alcuni pazienti trovano sollievo con l’uso di rimedi naturali, come la melatonina per il sonno o integratori di magnesio per i sintomi muscolari, ma è importante discuterne con il medico prima di iniziare qualsiasi trattamento.
25 Commenti
  • Buongiorno dottore,
    ho assunto il Cymbalta 60 mg per circa 12 mesi. Ho interrotto seguendo le indicazioni dello psichiatra, ma mi sono trovato a distanza di 3 mesi con sintomi acuti, disturbi d’ansia e del sonno e attacchi di panico. Su suggerimento dello psichiatra ho ripreso il Cymbalta è dopo appena 5 giorni tutto e passato. Ora a distanza di qualche mese vorrei riprovare a toglierlo, ma esistono solo 2 dosaggi, ed è praticamente impossibile fare il tapering. Ha qualche consiglio da darmi?
    La ringrazio, Federico

    • Gentile Federico,

      capisco la sua situazione e la difficoltà nel sospendere il Cymbalta (duloxetina). Il fatto che i sintomi siano ricomparsi in modo acuto dopo la sospensione iniziale indica una probabile sindrome da sospensione, che può essere piuttosto fastidiosa. Il problema della mancanza di dosaggi intermedi per scalare gradualmente il farmaco (tapering) è reale e rende la sospensione più complessa.

      Dato che le capsule sono disponibili solo a 30 e 60mg, rendendo difficile una riduzione graduale del dosaggio, si possono tentare alcune strategie:

      1. Se le capsule sono apribili, potrebbe provare a ridurre il contenuto gradualmente, per esempio togliendo inizialmente 1/4 del contenuto per una settimana o due, poi 1/2 e così via. Questo metodo non è preciso, ma può essere un’opzione.

      2. Potrebbe chiedere al suo medico di prescriverle una preparazione galenica personalizzata con dosaggi inferiori a quelli disponibili in commercio. Un farmacista preparatore potrebbe allestire capsule o soluzioni con il dosaggio desiderato, permettendo una riduzione più graduale.

      3. Il suo psichiatra potrebbe valutare l’aggiunta temporanea di altri farmaci per controllare i sintomi di astinenza durante la sospensione del Cymbalta.

      In ogni caso, è fondamentale che discuta queste opzioni con il suo psichiatra. Lui conosce la sua storia clinica e può consigliarle il percorso migliore per ridurre gradualmente il Cymbalta e minimizzare i sintomi di sospensione. Una sospensione troppo rapida può portare a ricadute e rendere più difficile la gestione della sua condizione a lungo termine.

      Non prenda decisioni in autonomia, ma si affidi al suo medico per un piano di sospensione personalizzato e sicuro.

      Cordiali saluti,
      Federico Baranzini

  • Gentile dottore,
    Da parecchi anni (forse 6, non ricordo bene) assumo Brintellx 5 mg al mattino e Trittico 75 mg la sera. Sto bene e non avverto effetti collaterali particolari. Ma mi viene il dubbio su quali effetti possono essere associati ad uso così prolungato di questi farmaci verso i quali sono grato per aver contribuito a farmi superare depressione intensa con insonnia debilitante. Mi chiedo se adesso non sia il caso di procedere ad una riduzione progressiva dei dosaggi che assumo finalizzata alla sospensione del trattamento oppure se continuare l’assunzione attuale senza incorrere in rischi a me sconosciuti determinati da assunzioni a così lungo termine ed eventualmente segnalati nella letteratura scientifica. Ho 78 anni, in remissione da una forma di myasthenia gravis, manifestatasi in modo generalizzato ed invalidante nel 2019, dopo cicli di trattamento con rituximab (ultima dose un anno e mezzo) attualmente esente dai sintomi della patologia autoimmune. Approfitterei della sua gentilezza e professionalità per un consiglio sul prosieguo della terapia antidepressiva. Grazie. Cordiali saluti

    • Buongiorno Giuseppe,

      la ringrazio per la sua fiducia e per aver condiviso la sua storia. Capisco il suo dubbio riguardo alla prosecuzione della terapia antidepressiva a lungo termine, specialmente considerando la sua età e la sua storia clinica.

      Il Brintellix (vortioxetina) è un antidepressivo di ultima generazione con un profilo generalmente ben tollerato, anche nell’uso prolungato. Non ha mostrato effetti collaterali significativi a lungo termine se non in rari casi (come lievi disturbi gastrointestinali o alterazioni della sfera sessuale). Il Trittico (trazodone), oltre alla sua azione antidepressiva, è spesso usato per il miglioramento del sonno, ed è anch’esso un farmaco con un buon profilo di sicurezza.

      Per quanto riguarda la sua domanda principale, ovvero se sia opportuno ridurre o sospendere la terapia: la decisione dipende da diversi fattori. Il primo aspetto da considerare è la sua storia depressiva e il rischio di ricaduta. Se in passato ha avuto episodi di depressione severa e invalidante, la sospensione andrebbe valutata con molta cautela. Dopo i 65-70 anni, inoltre, è noto che gli episodi depressivi possono avere una maggiore tendenza a ripresentarsi.

      Un altro aspetto fondamentale è il suo stato attuale di benessere: se si sente stabile da anni e non presenta sintomi depressivi residui, potrebbe essere ipotizzabile una riduzione molto graduale della terapia, monitorando attentamente eventuali segnali di ricaduta.

      C’è poi il fattore legato alla sua storia clinica di miastenia gravis: la sua patologia autoimmune è in remissione, ma è importante essere prudenti con eventuali cambiamenti farmacologici per evitare stress e squilibri neurochimici che potrebbero influenzare il suo equilibrio generale. Sebbene né la vortioxetina né il trazodone siano noti per peggiorare la miastenia, ogni modifica terapeutica va valutata con attenzione.

      Se desidera provare una riduzione, il metodo corretto sarebbe farlo in maniera graduale e controllata, riducendo prima il dosaggio del Brintellix e successivamente valutare il Trittico, sempre sotto supervisione medica. Tuttavia, se non ha effetti collaterali e si sente bene, non vi è un obbligo di sospensione, soprattutto considerato il rischio di ricaduta.

      Le consiglio di discutere questa possibilità con il suo medico curante o psichiatra di riferimento, che conoscendo il suo quadro clinico nel dettaglio potrà guidarla in un’eventuale riduzione sicura.

      Spero di esserle stato d’aiuto.

      Cordiali saluti,
      Federico Baranzini

  • Buonasera dottore,
    Sono una ragazza di 33 anni, per motivi intimi il ginecologo mi ha prescritto il Laroxyl 40mg 12 gg a sera, preso per 6 anni e interrotto da 2 mesi scalando una goccia ogni mese per un anno.
    Soffro di emicrania con sintomi sporadici da quando ho circa 20 anni, risolvendo con antidoloricifi al bisogno, ma sono aumentati negli ultimi anni. Da circa 2 mesi, da quando ho smesso Laroxyl, sono aumentati e durano per giorni e giorni, dolori pulsanti, soprattutto nella zona perioculare fino ad arrivare alle tempie, impedendomi di vivere serenamente. Sto aspettando di fare una visita ad un centro cefalee, già fatto una RM che è risultata negativa. Mi chiedo se sto avendo un effetto rimbalzo da Laroxyl, oppure un intolleranza ai farmaci antidolorifici, dato che soffro anche di dolori mestruali da quando ho 12 anni, costringendomi ogni mese a prendere farmaci per il dolore. Sto forse avendo una sorta di accumulo di sostanze? Esiste una sorta di disintossicazione da farmaci?
    Lei cosa ne pensa? Cosa mi consiglia di fare?

    • Gentile Francesca,

      grazie per aver condiviso la sua esperienza.

      L’amitriptilina (principio attivo del Laroxyl) è spesso utilizzata anche a basse dosi per la prevenzione dell’emicrania. La sua interruzione, specialmente dopo un utilizzo prolungato, potrebbe effettivamente aver contribuito all’aumento della frequenza e della durata degli episodi dolorosi, ma non si può parlare propriamente di un “effetto rimbalzo” nel senso classico del termine. Piuttosto, potrebbe trattarsi di una riacutizzazione della cefalea che il farmaco stava in parte controllando.

      Un’altra ipotesi da considerare è quella della cefalea da uso eccessivo di analgesici, un fenomeno che può verificarsi in chi assume regolarmente farmaci antidolorifici per periodi prolungati. Questo tipo di cefalea tende a diventare più frequente e resistente al trattamento, con un peggioramento quando si cerca di ridurre l’uso dei farmaci. Il fatto che i suoi episodi siano aumentati dopo la sospensione del Laroxyl e che abbia una lunga storia di assunzione di analgesici per il dolore mestruale potrebbe suggerire questa possibilità.

      Ha fatto bene a prenotare una visita presso un centro cefalee: gli specialisti potranno aiutarla a comprendere meglio l’origine dei suoi sintomi e proporre strategie terapeutiche adeguate, che potrebbero includere farmaci preventivi alternativi o approcci non farmacologici. Nel frattempo, potrebbe essere utile tenere un diario dell’emicrania, annotando la frequenza, la durata, i sintomi associati e i farmaci assunti, così da fornire ai medici informazioni più dettagliate.

      Se i sintomi dovessero diventare ancora più debilitanti, potrebbe essere opportuno parlarne con il medico curante per valutare eventuali opzioni di gestione nell’attesa della visita specialistica.

      Un caro saluto
      Federico Baranzini

  • Buongiorno,

    da circa 15 giorni ho autonomamente sospeso il citalopram e EN gocce, nei primi giorni ho scalato una goccia al giorno, e ci son stati giorni dove non l’ho proprio presa la terapia. Sia EN che citalopram la dose iniziale era di 10 gocce ciascuna, prendo questa terapia da agosto 2019 per una grave forma di ansia.

    Mi sento bene e ora sono 2/3 giorni che non la prendo per niente, a volte mi sento la testa leggera è una sesazione difficile da spiegare, ma nell insieme mi sento meglio anche meglio di quando prendevo la terapia, ho continuato a prendere la terapia anche se non ho piu avuto contatti con lo psichiatra che mi ha prescritto questa terapia da almeno 3 anni.

    Sono 180 per 100Kg, quindi non so se la dose che prendevo era blanda oppure no per una persona della mia stazza.

    Io sono fiducioso, ma vorrei farle questa domanda, dopo quanto tempo potrei sentire davvero la mancanza del farmaco?

    Mi ricordo che quando ho iniziato il dottore mi ha detto che gli effetti sarebbero comparsi dopo 20 giorni circa, anche la mancata assunzione del farmaco ci mette cosi tanto per eventuali problemi di ricomparsa dell ansia? (sperando che non torni)

    Grazie Dottore

    • Gentile Gennaro,

      Grazie per aver condiviso la Sua esperienza. La decisione di sospendere autonomamente una terapia psicofarmacologica merita alcune considerazioni.

      Il citalopram è un antidepressivo SSRI che, quando sospeso bruscamente, può causare una sindrome da sospensione. I sintomi come la “testa leggera” che Lei descrive possono essere manifestazioni di tale sindrome, che tipicamente compare entro giorni dalla riduzione/interruzione e può durare da poche settimane a mesi in alcuni casi.

      Per quanto riguarda la Sua domanda specifica sui tempi di comparsa di eventuali problemi dopo la sospensione, va considerato che gli effetti della sospensione possono manifestarsi in due modi distinti: da un lato i sintomi da sospensione come vertigini, disturbi del sonno e irritabilità; dall’altro la possibile ricaduta del disturbo originario, ovvero l’ansia.

      I sintomi da sospensione tendono a comparire relativamente presto, nell’arco di giorni, mentre la ricaduta del disturbo d’ansia potrebbe richiedere settimane o mesi per manifestarsi, dipendendo da vari fattori individuali.

      Il dosaggio che assumeva (10 gocce) in relazione al Suo peso corporeo era probabilmente nella fascia bassa dello spettro terapeutico, il che potrebbe spiegare perché al momento non sta sperimentando sintomi severi di sospensione.

      Considerando la gravità dell’ansia che l’ha portata inizialmente alla terapia e il lungo periodo di trattamento (dal 2019), sarebbe consigliabile consultare uno psichiatra per una rivalutazione della Sua condizione attuale. È importante monitorare attentamente i Suoi sintomi nelle prossime settimane e documentare eventuali cambiamenti dell’umore, del sonno o dei livelli di ansia.

      Il fatto che si senta bene è certamente positivo, ma sarebbe prudente avere un supporto professionale in questa fase di transizione.

      Le auguro di continuare a stare bene e rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti.

      Federico Baranzini

  • Buongiorno dottore,
    Ho assunto
    Cymbalta 30 mg x molti anni e a ottobre 2024 ho deciso di sospenderlo secondo indicazioni dello
    Psichiatra un giorno si e uno no per due tre settimane.
    Dopo 15 giorni ho iniziato ad avere insonnia, fiato corto, spossatezza e dolori gambe e braccia.
    Sono sei mesi che vado avanti così e non ne posso più , non riesco più a vivere serenamente perché mi sento
    Uno straccio e stanca non riuscendo a riposare , così la dottoressa mi ha consigliato di riprenderlo.
    Come si fa a interromperlo gradualmente se non esiste una dose inferiore a 30 mg ed evitare questi sintomi da sospensione???E’ impossibile
    Mi aiuti a capire x favore
    Grazie mille
    Lory

    • Gentile Lory,

      comprendo perfettamente la sua frustrazione. La sospensione del Cymbalta (duloxetina) è una delle più complesse tra gli antidepressivi per diversi motivi.
      Il problema che lei descrive è reale e molto diffuso: il formato più basso disponibile è di 30 mg, e questo rende difficile una riduzione veramente graduale. I sintomi che riferisce (insonnia, fiato corto, spossatezza, dolori muscolari) sono tipici della sindrome da sospensione di questo farmaco, che può essere particolarmente intensa e prolungata.

      Per una sospensione più graduale esistono alcune strategie che potrebbe discutere con il suo psichiatra:

      Un metodo è la “conta delle perle”: le capsule di Cymbalta contengono piccole perline che possono essere contate e ridotte progressivamente. Si apre la capsula, si toglie un piccolo numero di perline (iniziando con pochissime), e si assume il resto. Ogni settimana o due si riduce ulteriormente il numero. Questo metodo richiede pazienza e costanza, ma permette riduzioni molto più graduali rispetto al semplice schema “un giorno sì e uno no”.

      Un’altra opzione è passare a un SSRI con emivita più lunga e più facile da scalare (come la fluoxetina), per poi sospendere quest’ultimo.

      In ogni caso, la sospensione di un farmaco assunto per così tanti anni richiede un tempo molto più lungo di 2-3 settimane. Potrebbero essere necessari diversi mesi di riduzione estremamente graduale.

      È importante distinguere tra sintomi da sospensione e ricaduta del disturbo originario. I sintomi da sospensione tendono a comparire rapidamente dopo la riduzione, hanno caratteristiche fisiche evidenti e possono includere sensazioni insolite come le “scosse elettriche”. La ricaduta invece tende a svilupparsi più gradualmente e riproduce i sintomi originari.

      Le consiglio di parlare con il suo psichiatra di queste strategie di riduzione più graduale e di prevedere un tempo decisamente più lungo per il processo di sospensione. Non è impossibile, ma richiede un approccio diverso e più personalizzato rispetto a quello tentato finora.

      Cordiali saluti

      Federico Baranzini

  • Ah dimenticavo di dirgli che ho 38 anni e l ho preso x la prima volta nel 2012 con diversi tentativi di sospenderlo ma ogni volta ho dovuto riprenderlo, non so se x via della sindrome da sospensione o perché invece accade una ricaduta legata alla mia vita.
    Fatto sta che non capisco come si possa sospendere sere gradualmente te se poi non esiste un dosaggio più basso di 30 mg
    Grazie
    Lory

  • Buongiorno dottore. Da circa 18 anni assumo fluoxetine prozac prima da 40 mg adesso 20. E possibbile che l assunzione per troppo tempo si perdono I benefici? Grazie.

    • Gentile Leo,

      grazie per la sua domanda che tocca un aspetto importante della farmacoterapia a lungo termine. Ciò che descrive è un fenomeno che riscontro nella pratica clinica: dopo un uso prolungato di SSRI come la fluoxetina (Prozac), alcuni pazienti possono sperimentare una diminuzione dell’efficacia del farmaco.

      In ambito clinico questo fenomeno viene chiamato “tachifilassi” o “perdita di efficacia”, e può verificarsi anche dopo anni di beneficio stabile. Non accade a tutti, ma è una possibilità dopo trattamenti molto prolungati come il suo. I meccanismi alla base di questo fenomeno non sono del tutto chiariti, ma potrebbero coinvolgere adattamenti dei recettori cerebrali o cambiamenti nella risposta del sistema nervoso al farmaco.

      Altri fattori da considerare sono eventuali cambiamenti nelle circostanze di vita, nuovi fattori di stress, o modifiche nello stile di vita che potrebbero influenzare l’efficacia percepita del farmaco.

      Sarebbe opportuno discutere della situazione con il suo psichiatra, che potrebbe valutare diverse opzioni: un aggiustamento del dosaggio, l’aggiunta di un altro farmaco in combinazione, o eventualmente un cambio di strategia terapeutica.

      Dopo 18 anni di terapia, sarebbe anche utile riconsiderare l’intero approccio al suo caso, valutando se esistono alternative o integrazioni al trattamento farmacologico che potrebbero essere benefiche nella sua situazione attuale.

      Cordiali saluti

      Federico Baranzini

  • Gentile Dottore, se si usassero frammenti (frantumando una compressa di Zolpeduar sublinguale con apposito taglierino) di circa 1 mg (anziche 10 mg delle compresse intere), e se si usassero per lo più saltuariamente trattando insonnia leggera, sarebbe possibile con tali micro-dosi minimizzare sia effetti collaterali che rischi di assuefazione? Molte grazie!

    • Gentile Ugo,
      la sua domanda è molto interessante e riflette un’attenzione alla prudenza nell’uso dei farmaci ipnotici, in particolare quando si tratta di gestire insonnie leggere o saltuarie.

      La zolpidem (principio attivo di Zolpeduar) è un ipnotico appartenente alla classe degli “Z-drugs” ed è comunemente prescritto per l’insonnia a breve termine. La dose standard per gli adulti è di 10 mg, ma in casi specifici (come pazienti anziani o con problemi epatici) si può prescrivere anche a 5 mg. L’idea di utilizzare dosi inferiori, come 1 mg, pur non prevista ufficialmente dal foglietto illustrativo, è talvolta presa in considerazione da alcuni medici in contesti clinici ben selezionati, proprio con l’obiettivo di ridurre al minimo gli effetti collaterali, il rischio di dipendenza e il cosiddetto “effetto hangover” del giorno dopo.

      Tuttavia, vanno considerati alcuni aspetti importanti:

      Non vi sono studi clinici specifici sull’efficacia di dosi così basse come 1 mg. Questo significa che l’effetto ipnotico potrebbe risultare incostante o inefficace in alcune situazioni.

      Il frazionamento delle compresse sublinguali può non garantire una distribuzione omogenea del principio attivo: cioè non è certo che ogni frammento contenga davvero la dose prevista (come 1 mg). Questo vale in particolare per compresse non progettate per essere divise con precisione.

      L’uso saltuario, soprattutto se avviene non più di 1-2 volte a settimana, è in genere considerato meno rischioso in termini di assuefazione e dipendenza, rispetto all’uso quotidiano o protratto. Tuttavia, anche un uso apparentemente saltuario può facilmente diventare un’abitudine se non si affrontano le cause sottostanti dell’insonnia.

      Non va dimenticato che l’insonnia lieve e intermittente può spesso essere trattata anche con approcci non farmacologici, come tecniche di rilassamento, igiene del sonno, e strategie cognitivo-comportamentali, che sono altamente efficaci e privi di rischi.

      Quindi l’idea di utilizzare micro-dosi occasionali di zolpidem può avere un senso in un’ottica di riduzione dei rischi, ma va sempre condivisa con il medico curante per valutare se è la strategia più indicata per il suo caso specifico, anche alla luce di eventuali alternative.

      Un caro saluto.
      Federico Baranzini

  • Buon giorno dottor Baranzini. Sono Nadia ( infermiera professionale ) ed ho 58 anni. Nel 2023 in aprile , mi è stata prescritta da una psichiatra Sertralina 50 mg per attacchi di panico dovuti ad un grosso e prolungato problema famigliare . A livello di panico la cura è stata spettacolare ed il benessere veramente notevole. Dopo 6 mesi che assumevo la cp ho iniziato ad avere sensazioni di scosse alla testa . Visita in PS : dubbio di ictus e inviata dal neurologo immediatamente , il quale dopo visite ed EEG ha parlato di “dubbia” epilessia ( mai avuto problemi del genere e negatività per famigliarità) . Decidono cmq di tenermi controllata semestralmente non arrivando a nessuna diagnosi. Ho risolto il problema sospendendo il farmaco in maniera molto graduale ( 1/2 cp per un mese e poi stop , avvisando ovviamente la psichiatra ) In totale l’ho assunta per un anno .
    Nel sospendere la Sertralina dopo un anno di assunzione , come le scrivevo , sono cessate le scosse ma è iniziata una grave forma di acufene e senso di ovattamento alla testa ma non più in tutta la testa come prima , ma solo a sinistra. Stringo la spiegazione , dopo visite di ogni tipo dove mi dicevano che era un fattore psicologico , dal referto di una RMN encefalo con mdc è stato diagnosticato un neurinoma o Schwaznoma che dir si voglia dell’ottavo paio di nervi cranici ( vestibolo-cocleare ) . Il neurochirurgo d’accordo col neurologo, sostiene che le scosse non c’entrassero nulla col tumore . Mi consigliano di riprendere Sertralina 50 mg per riuscire a sopportare l’acufene e l’ipersensibilità ai rumori ( visto che di interv. chirurgico non se ne parla in quanto vi è rischio altissimo di paresi facciale e possibile paralisi emicorporea vista la posizione del neurinoma ) Riprendo la Sertralina ( anche per provare a ‘sto punto se fosse stata davvero la causa delle scosse ) e puntuali come la morte , dopo 6 mesi , esse si ripresentano , per cui decido ( parlando sempre con la psichiatra) di sospendere definitivamente tale farmaco ed in caso di necessità cambiarlo. Lo stavo prendendo da dicembre 2024 e dal 6 settembre ho iniziato a dimezzare la dose per sospenderla definitivamente il 25 settembre c.m. Stavolta , a differenza della prima le scosse non sono sparite , anzi sono aumentate e sento come dei brividi al cervello. Cosa mi consiglia dottore? Sono una persona forte e di molta Fede , non mi abbatto facilmente ma adesso sono stanca, mi creda. Visto la seria problematica del neurinoma desidererei almeno che passassero le scosse alla testa. Lei cosa ne dice? Ho buone possibilità che ciò avvenga o secondo lei il tumore sta complicando il tutto ? Mi scuso per la lunghezza del msg ma ho cercato di spiegarle al meglio la situazione per permetterle una diagnosi più precisa. La ringrazio molto e attendo con speranza la sua gentile risposta. Saluti ….

    • Gentile Nadia,

      la ringrazio per aver condiviso la sua storia. Capisco bene, anche dal modo in cui la racconta, quanto questa situazione possa risultare faticosa e frustrante, soprattutto dopo un percorso fatto di molte visite, accertamenti e ipotesi diagnostiche diverse.

      Parto da un punto interessante. Le “scosse alla testa” o sensazioni di brivido elettrico nel cervello sono un fenomeno piuttosto noto nella sospensione o nella variazione di dose degli SSRI come Sertralina. In letteratura e nella pratica clinica vengono spesso chiamate brain zaps. Non sono pericolose, ma possono essere molto fastidiose e talvolta durare alcune settimane o, più raramente, alcuni mesi dopo la sospensione.

      Nel suo caso però il quadro è più complesso perché si sovrappongono due elementi distinti:

      La sospensione della sertralina, che può effettivamente provocare queste sensazioni elettriche o di brivido alla testa.

      La presenza di uno schwannoma del nervo vestibolo-cocleare, che invece spiega molto meglio sintomi come acufene, ovattamento e ipersensibilità ai rumori.

      Da quello che descrive, è plausibile che le due cose stiano convivendo ma abbiano origini diverse. In altre parole, il neurinoma difficilmente spiega le “scosse” tipiche della sospensione di un antidepressivo, mentre è molto coerente con i disturbi uditivi che riferisce.

      Dal punto di vista pratico, in situazioni come la sua i medici talvolta valutano diverse strategie, ad esempio:

      rallentare ulteriormente la sospensione del farmaco, se i sintomi sono comparsi dopo lo stop;

      passare temporaneamente a un SSRI con emivita più lunga per facilitare la dismissione;

      oppure valutare un farmaco alternativo se la sertralina provoca effetti non tollerabili.

      Sono scelte che però devono essere prese insieme allo psichiatra che la segue, perché solo chi conosce direttamente la sua storia clinica può valutare con precisione il bilanciamento tra benefici e effetti collaterali.

      La cosa incoraggiante, per esperienza clinica, è che le sensazioni di “scosse” legate alla sospensione degli antidepressivi nella grande maggioranza dei casi tendono gradualmente a ridursi e poi a scomparire. Talvolta serve semplicemente più tempo di quanto ci si aspetti.

      Le auguro davvero di poter trovare presto un equilibrio terapeutico che le permetta di gestire al meglio sia l’acufene sia questi sintomi neurologici così fastidiosi. Il fatto che lei stia affrontando tutto questo con lucidità e determinazione è già una risorsa molto importante.

      Cordialmente,

      Federico Baranzini

  • Buongiorno Dottore, sono un uomo di 42 anni che sta assumendo 125 mg di Zoloft e 20 mg di paroxetina aggiunta dal mio psichiatra da circa un mese gradualmente. Vorrei sospendere la paroxetina per sintomi di irrequietezza e perché sono conscio che associare due SSRI non è raccomandato né ha senso. Considerando l’introduzione della paroxetina da un mese circa e un dosaggio di 20 mg raggiunto una settimana fa, che strategia di tapering consiglia per minimizzare gli effetti da sospensione? Ovviamente chiederò al prossimo appuntamento al mio psichiatra, ma mi piacerebbe avere un suo stimato parere visto che ho già avuto brutte esperienze con scalaggio di farmaci.

    Grazie e cordiali saluti,
    Andrea

    • Buongiorno Andrea,

      la sua osservazione è corretta: l’associazione di due SSRI, salvo contesti molto particolari e transitori, non è in genere raccomandata e può favorire effetti collaterali come l’irrequietezza che descrive.

      In linea generale – e a titolo esclusivamente orientativo, non prescrittivo – nel caso di una paroxetina introdotta da circa un mese, con 20 mg raggiunti solo da una settimana, il rischio di una sindrome da sospensione è presente ma di norma gestibile con uno scalaggio graduale e non brusco.

      Una strategia prudente, spesso utilizzata in situazioni simili, può prevedere una riduzione di 5 mg a settimana.

      La paroxetina è infatti uno degli SSRI più “sensibili” alla sospensione, per cui è preferibile procedere con cautela, monitorando la comparsa di sintomi come vertigini, irritabilità, insonnia o senso di instabilità interna.

      Il fatto che lei assuma già un altro SSRI a dosaggio pieno può attenuare alcuni sintomi da sospensione, ma non li esclude, motivo per cui lo scalaggio resta comunque indicato.

      Ha fatto bene a programmare un confronto con il suo psichiatra curante, che conosce nel dettaglio la sua storia clinica e potrà adattare il tapering alle sue specifiche vulnerabilità.

      Un cordiale saluto.
      Federico Baranzini

    • Gentile Paola,

      grazie per aver portato questa domanda, che è tutt’altro che banale.

      L’amitriptilina è un antidepressivo triciclico, un farmaco utilizzato non solo per la depressione ma anche, a dosaggi più bassi, per disturbi come dolore cronico, cefalea o insonnia. Dal punto di vista farmacologico agisce su diversi sistemi neurotrasmettitoriali, tra cui serotonina e noradrenalina, ma ha anche effetti cosiddetti anticolinergici.

      Proprio per questo profilo, può talvolta essere associata a disturbi della sfera sessuale. Nei soggetti maschili questi possono includere una riduzione del desiderio, difficoltà nell’erezione o più raramente alterazioni dell’eiaculazione. Va però detto con chiarezza che questi effetti non sono tra i più frequenti rispetto ad altri antidepressivi, come ad esempio alcuni SSRI, e tendono a comparire più facilmente a dosaggi medio-alti.

      Nel caso specifico che lei descrive, cioè 10 gocce serali, siamo generalmente di fronte a un dosaggio basso, spesso utilizzato per indicazioni non propriamente depressive. In questi casi, nella mia esperienza clinica, gli effetti collaterali sessuali sono possibili ma poco comuni. Tuttavia ogni organismo reagisce in modo diverso, e non si può escludere del tutto una sensibilità individuale.

      Mi permetto di chiederle, se vorrà approfondire, se la persona in questione ha notato un cambiamento temporale chiaro tra l’inizio della terapia e la comparsa del disturbo, e se sono presenti altri fattori che potrebbero incidere, come stress, ansia, altre patologie o farmaci concomitanti. Spesso infatti la funzione sessuale è influenzata da molteplici elementi, non solo farmacologici.

      La questione centrale che lei pone è dunque se questo farmaco possa essere la causa del problema. La risposta è che sì, può contribuire, ma non è tra le cause più probabili a basse dosi. Se il disturbo è comparso dopo l’introduzione del farmaco e persiste, potrebbe essere utile discuterne apertamente con il medico curante o lo psichiatra, valutando insieme eventuali strategie, come un aggiustamento del dosaggio o alternative terapeutiche, sempre senza modificare autonomamente la terapia.

      Spero di averle fornito elementi utili per orientarsi.

      Cordiali saluti

      Federico Baranzini

  • Buongiorno,
    ho 44 anni, sono alto 1,80 e peso 73 kg.
    Soffrendo da un paio di anni di disturbo ciclico dell’umore, con conseguenza insonnia, faccio terapia col trittico 75mg partiti da 150 mg quando è stato il caso peggiore per poi scalre con il tempo e da mesi solo 2/3. E per un periodo insieme ho preso EN gocce, massimo 15 gocce e il tutto prima di coricarmi. Le En le ho scalate gradualmente nel tempo e sospese. Ma quando ho problemi ad addormentarmi e se mi si presenta ansia e nervoso proprio perchè non riesco ad addormentarmi, il mio psichiatra curante ha detto di prendere una decina di gocce al bisogno ed ovviamente riscalarle. Io almeno lo faccio anche se sono poche. Un episodio mi si è presentato 3 settimane fa, ho preso 15 gocce e le ho scalate nel corso di 3 settimane e ho finito 2 giorni fa con 1 goccia. Ora per fattori esterni e per problemi di pollachiuria, questa notte mi stavo innervosendo perchè alle 2 di notte ero ancora sveglio e quindi ho ripreso 10 gocce.. e dopo un po sono riuscito ad addormentarmi. Ora ovviamente riscalerò, però questo sospendere e poi dopo magari un mese riprenderle e in questo caso dopo 2 giorni, anche se sono poche gocce possono crearmi problemi?
    Il medico mi ha anche detto che se ho problemi ad addormentarmi, al limite (senza EN) di prendere mezzo Stilnox. Anche quello però poi andrebbe scalato. non posso prenderlo all’occorrenza giusto? cmq io continuo a prendere il trittico in tutto ciò. Fra poche settimane ho l’incontro con il mio terapeuta e vediamo. Io sto tranquillo durante il giorno, non soffro di ansia generalmente e spesso mi addormento dopo una mezz’ora e se sono stanco anche prima. Ma quando ci sono questi casi che non riesco a prendere sonno che devo fare?
    Dalla prossima settimana inizierò ad andare in palestra che sicuramente mi darà beneficio.
    Volevo anche aggiungere che sono risultato positivo alla mutazione genetica MTHFR (C677T e A1298C) in eterozigosi e so che tra i sintomi oltre alla omocisteina alta (di cui soffro e sto prendendo l’acido folico) può contribuire a sintomi aspecifici, tra cui stanchezza, problemi di memoria e concentrazione, e, in alcuni casi, ansia, depressione o disturbi dell’umore. Ma è una cosa che ho scoperto un paio di mesi fa.
    Grazie e buona giornata

    • Buongiorno Igor,

      dal suo racconto emerge una situazione piuttosto frequente: non tanto una vera ansia generalizzata durante la giornata, quanto una sorta di “ansia da mancato addormentamento”, che tende ad attivarsi nelle notti in cui percepisce di non riuscire a prendere sonno. In questi casi spesso si crea un circolo vizioso: più si controlla il sonno e più aumenta l’attivazione interna, rendendo ancora più difficile addormentarsi.

      Per quanto riguarda l’EN (delorazepam), il tipo di utilizzo che descrive — cioè occasionale/intermittente, con dosaggi relativamente bassi e successiva rapida riduzione — è molto diverso da un’assunzione continuativa e stabile ad alte dosi. In linea generale, episodi sporadici come quelli che racconta non portano automaticamente a una dipendenza importante o a danni permanenti, soprattutto se rimangono occasionali e monitorati dal curante.

      Detto questo, il punto delicato è che alcune persone finiscono lentamente in una dinamica di crescente “affidamento psicologico” al farmaco per il sonno: non tanto perché servano dosi elevate, ma perché il cervello inizia ad associare il dormire alla presenza della sostanza. È questo il rischio principale da osservare nel tempo.

      Nel suo caso, il fatto che per lunghi periodi riesca ad addormentarsi spontaneamente e che durante il giorno non descriva un quadro ansioso marcato è un elemento piuttosto rassicurante. Sembra infatti che il problema emerga soprattutto in concomitanza di stress, attivazione emotiva o preoccupazione legata al sonno stesso.

      Anche lo Stilnox (zolpidem), se usato “al bisogno”, può in alcuni casi essere impiegato in modo saltuario senza necessariamente richiedere ogni volta uno scalaggio strutturato, soprattutto a dosaggi bassi e con uso non continuativo. Tuttavia, anche per gli ipnotici vale il principio di evitare che l’utilizzo occasionale diventi progressivamente frequente o percepito come indispensabile.

      Non sempre, infatti, dopo una singola assunzione o pochi giorni consecutivi è necessario uno “scalaggio” vero e proprio; molto dipende dalla durata dell’assunzione, dal dosaggio e dalla sensibilità individuale. Questo però è un aspetto che va calibrato con prudenza insieme al suo psichiatra curante, che conosce nel dettaglio la sua storia clinica.

      Il Trittico (trazodone), che sta assumendo a basso dosaggio, probabilmente svolge già una funzione di stabilizzazione del sonno e di contenimento dell’iperattivazione notturna. Il fatto che oggi lei sia a dosi molto inferiori rispetto al periodo peggiore suggerisce verosimilmente un miglioramento globale rispetto alla fase iniziale.

      Molto utile potrebbe essere lavorare non solo “sul farmaco”, ma anche sulla gestione della risposta psicofisiologica alle notti difficili:

      * evitare di controllare continuamente l’orario;
      * ridurre la lotta attiva contro l’insonnia;
      * non interpretare automaticamente una notte storta come una “ricaduta”;
      * mantenere regolarità nei ritmi sonno-veglia;
      * attività fisica regolare (la palestra potrebbe effettivamente aiutarla);
      * limitare il tentativo di “forzarsi” a dormire.

      Spesso il problema più invalidante non è la singola notte insonne, ma la paura anticipatoria che essa possa ripetersi.

      Per quanto riguarda la mutazione MTHFR in eterozigosi (C677T e A1298C), si tratta di una condizione genetica relativamente frequente nella popolazione. È vero che in alcuni casi può associarsi ad alterazioni del metabolismo dei folati e dell’omocisteina, ma il legame diretto con sintomi psichiatrici o dell’umore rimane complesso e non sempre clinicamente significativo. Molte persone portatrici di queste varianti non sviluppano alcun disturbo specifico.

      L’iperomocisteinemia invece merita certamente attenzione medica generale, ed è corretto che il suo medico abbia impostato integrazione con folati. Tuttavia eviterei di attribuire automaticamente tutti i sintomi del sonno o dell’umore alla mutazione genetica: spesso il rischio è quello di aumentare ulteriormente l’attenzione ansiosa sul proprio funzionamento corporeo.

      Mi sembra positivo che abbia già programmato un confronto con il suo terapeuta e che stia cercando di affrontare il problema anche sul piano dello stile di vita e della regolazione psicofisica.

      Un cordiale saluto.
      Federico Baranzini

  • Buongiorno Dottore, ho 74 anni e sono 8 anni che assumo Cymbalta da 60mg per mialgie diffuse, da circa 2 mesi sono passato a 30mg con quasi nessun disturbo di astinenza. Ora vorrei cercare di smettere ma la capsula da 30mg non si può frazionare e quindi come poteri fare per poter scalare lentamente senza sospendere del tutto per non avere problemi magari seri di astinenza.
    Grazie
    Cordiali Saluti
    Roberto

    • Buongiorno Roberto,

      la ringrazio per la sua domanda, che è molto concreta e tutt’altro che banale. Lei assume Cymbalta, cioè duloxetina, da molti anni per mialgie diffuse; è già passato da 60 mg a 30 mg da circa due mesi e, cosa importante, riferisce di averlo fatto con quasi nessun disturbo da sospensione.

      Il problema che pone ora è corretto: la capsula da 30 mg non è pensata per essere divisa come una compressa. La duloxetina è formulata in capsule gastroresistenti, quindi aprirla, schiacciare o manipolare i granuli può alterare il modo in cui il farmaco viene assorbito. Inoltre le schede tecniche del farmaco raccomandano, quando la terapia non è più necessaria, una sospensione graduale, proprio per ridurre il rischio di sintomi da interruzione.

      I sintomi da astinenza da antidepressivi, più correttamente chiamati sintomi da sospensione, possono includere capogiri, nausea, instabilità, insonnia, irritabilità, ansia, sudorazione, disturbi simil-influenzali, sensazioni tipo “scossa elettrica” o peggioramento transitorio del dolore. Di solito compaiono nei primi giorni dopo una riduzione o sospensione, spesso durano una o due settimane, ma in alcune persone, soprattutto dopo trattamenti lunghi, possono protrarsi più a lungo o presentarsi a ondate.

      Nel suo caso, dopo 8 anni di terapia e a 74 anni, io eviterei una sospensione brusca da 30 mg a zero, anche se il passaggio da 60 a 30 mg è andato bene. La strada più prudente è parlarne con il medico o lo psichiatra che la segue per valutare una riduzione personalizzata. In pratica, le possibilità da discutere sono queste: valutare schemi a giorni alterni solo se il curante li ritiene adatti, oppure ricorrere a una preparazione galenica in farmacia, quando possibile, che consenta dosaggi intermedi più precisi. Quest’ultima opzione, quando praticabile e prescritta dal medico, è spesso più ordinata rispetto al “fai da te” con l’apertura delle capsule.

      Le sconsiglierei invece di contare autonomamente i granuli della capsula o di svuotarla parzialmente senza indicazione medica. È una pratica che alcuni pazienti cercano di usare, ma non è ideale perché la quantità di principio attivo può non essere uniforme, la manipolazione può danneggiare la protezione gastroresistente e si rischia una riduzione meno controllata.

      Una modalità ragionevole, da concordare con il curante, potrebbe essere quella di restare ancora un po’ stabile a 30 mg, poi procedere con riduzioni molto lente, osservando ogni volta per alcune settimane l’eventuale comparsa di capogiri, insonnia, ansia, peggioramento delle mialgie o umore deflesso. Se i sintomi fossero intensi, spesso la strategia più sensata non è “resistere a tutti i costi”, ma tornare temporaneamente al dosaggio precedente e riprovare più lentamente.

      Va anche distinta la sindrome da sospensione dal ritorno del problema per cui il farmaco era stato assunto. Se sospendendo la duloxetina ricomparissero soprattutto dolori diffusi, stanchezza, disturbi del sonno o tensione muscolare, bisognerebbe capire se si tratta di astinenza farmacologica o di riemersione del quadro doloroso di base. Questa distinzione, a distanza, non è sempre possibile e richiede almeno una valutazione clinica.

      Ne parli serenamente con il suo medico chiedendo in modo esplicito se sia possibile impostare uno scalaggio graduale sotto i 30 mg, eventualmente con preparazione galenica o altra soluzione sicura. Il fatto che il primo passaggio sia andato bene è incoraggiante, ma non obbliga a fare l’ultimo salto in modo brusco.

      Spero di esserle stato utile e le auguro di riuscire a sospendere il farmaco, se clinicamente opportuno, nel modo più tranquillo e sicuro possibile.

      Cordiali saluti,
      Federico Baranzini

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