Sei mai stato preoccupato che gli antidepressivi possano creare dipendenza? Quali sono gli antidepressivi che creano dipendenza? E’ davvero così?
Questa domanda tocca un nervo scoperto per molti pazienti e professionisti della salute mentale. La verità è più sfumata di quanto si possa pensare.
Gli antidepressivi sono farmaci psicotropi ampiamente utilizzati per trattare la depressione e altri disturbi mentali. Contrariamente alla credenza popolare, la comunità scientifica non li classifica come sostanze che creano dipendenza. Tuttavia, l’uso prolungato può portare a una sindrome da sospensione (anche detta sindrome da interruzione) se interrotti bruscamente.
Quali sono gli antidepressivi che creano dipendenza?
- Alcuni antidepressivi come Desvenlafaxina, Paroxetina, Escitalopram e Bupropione hanno un potenziale leggermente più alto di causare effetti legati alla sindrome da astinenza.
- Altri, come Sertralina, Fluoxetina, Mirtazapina e Agomelatina, sono considerati più sicuri con minor rischio di “dipendenza”.
È importante notare che circa il 6% della popolazione italiana ha ricevuto almeno una prescrizione di antidepressivi nella vita. Questo dato sottolinea l’importanza di comprendere il corretto uso di questi farmaci e i potenziali rischi associati.
Punti Chiave
- Gli antidepressivi non sono classificati come sostanze che creano dipendenza
- Alcuni antidepressivi hanno un potenziale più alto di causare sindrome da astinenza
- L’interruzione brusca può portare a sintomi di astinenza
- L’uso prolungato richiede un monitoraggio attento
- La terapia psicologica è considerata una strategia efficace contro la depressione

Gli antidepressivi e il loro funzionamento
Gli antidepressivi sono farmaci utilizzati per trattare la depressione, un disturbo che colpisce più di 2,8 milioni di persone in Italia, circa il 5,4% della popolazione sopra i 15 anni. Questi medicinali agiscono sul cervello modulando l’attività di specifici neurotrasmettitori.
Cosa sono gli antidepressivi e come agiscono
Gli antidepressivi sono sostanze che influenzano l’equilibrio chimico del cervello. Agiscono principalmente sui neurotrasmettitori come serotonina, noradrenalina e dopamina, regolando il loro livello e la loro attività nelle sinapsi neuronali.
Il loro scopo è alleviare i sintomi della depressione, che includono umore depresso, perdita di interesse nelle attività, disturbi del sonno e variazioni di peso. Gli effetti terapeutici degli antidepressivi richiedono solitamente da 2 a 6 settimane per manifestarsi pienamente.
Le principali categorie di antidepressivi
Esistono diverse classi di antidepressivi, ciascuna con un meccanismo d’azione specifico:
- SSRI (Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina)
- SNRI (Inibitori della Ricaptazione di Serotonina e Noradrenalina)
- Triciclici
- IMAO (Inibitori delle Monoamino Ossidasi)
- Antidepressivi atipici (Mirtazapina, Duloxetinae Bupropione)
Gli SSRI e gli SNRI sono tra i più prescritti, con tassi di risposta rispettivamente del 62% e del 67%. La scelta del farmaco dipende dalle caratteristiche del paziente e dalla natura dei suoi problemi.
Effetti terapeutici e tempi di azione
Gli antidepressivi richiedono tempo per produrre effetti terapeutici significativi. Il periodo di latenza varia da persona a persona, ma generalmente:
| Fase | Tempo | Effetti |
|---|---|---|
| Iniziale | 1-2 settimane | Leggero miglioramento dei sintomi fisici |
| Intermedia | 2-4 settimane | Miglioramento dell’umore e dell’energia |
| Piena efficacia | 4-6 settimane | Risoluzione dei sintomi depressivi |
È importante notare che circa il 70-90% dei pazienti depressi raggiunge la remissione con il trattamento antidepressivo. Tuttavia, alcuni possono richiedere terapie alternative o combinazioni di trattamenti per ottenere risultati ottimali.
Miti e verità sulla dipendenza da antidepressivi
Gli antidepressivi sono farmaci ampiamente utilizzati per il trattamento di disturbi dell’umore come la depressione maggiore e il disturbo bipolare. Nonostante la loro efficacia, esistono molti miti sulla loro presunta capacità di creare dipendenza. Esaminiamo le evidenze scientifiche per fare chiarezza su questo importante tema.
Gli antidepressivi non creano dipendenza: la posizione scientifica
Gli antidepressivi, in particolare gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e gli inibitori della ricaptazione della serotonina e noradrenalina (SNRI), non causano dipendenza nel senso tradizionale. La dipendenza, come quella da alcol o oppioidi, si caratterizza per:
- Desiderio compulsivo di assumere la sostanza
- Difficoltà a controllarne l’uso
- Uso continuato nonostante le conseguenze negative
- Necessità di aumentare la dose per ottenere lo stesso effetto (tolleranza)
- Sintomi di astinenza specifici
Gli antidepressivi non soddisfano questi criteri. I pazienti non sviluppano un desiderio compulsivo di assumerli, non perdono il controllo sull’uso e non li continuano a prendere nonostante effetti negativi. Inoltre, non si verifica un aumento della tolleranza farmacologica.
A differenza delle benzodiazepine, che possono indurre tolleranza e craving, gli antidepressivi non provocano questi effetti tipici delle sostanze d’abuso come diversi studi hanno dimostrato.
Il loro meccanismo d’azione, che coinvolge la regolazione di neurotrasmettitori come serotonina e noradrenalina, non induce un’alterazione del sistema di ricompensa cerebrale.
La sindrome da sospensione: cosa è e perché si verifica
L’interruzione improvvisa del trattamento con antidepressivi può causare una sindrome da sospensione o anche detta interruzione, con sintomi come vertigini, nausea e ansia. Questo fenomeno non è una forma di dipendenza, ma una reazione fisiologica alla cessazione brusca del farmaco.
La sindrome da “astinenza” (come comunemente e gergalmente è conosciuta) è più comune con antidepressivi a breve emivita come la paroxetina. Per minimizzare questi effetti collaterali, è fondamentale seguire le indicazioni mediche per una sospensione graduale del trattamento anche detto decalage in francese o tapering in inglese.
Differenze tra dipendenza e sindrome da sospensione
La dipendenza implica un desiderio compulsivo di assumere una sostanza, mentre la sindrome da sospensione è una reazione temporanea del corpo all’interruzione del trattamento.
Gli antidepressivi non inducono comportamenti di ricerca della sostanza tipici della dipendenza.
È importante sottolineare che l’uso prolungato di questi farmaci può aumentare il rischio di sintomi da astinenza, ma ciò non equivale a una dipendenza patologica.
In conclusione la dmanda “Quali sono gli antidepressivi che creano dipendenza” dovrebbe essere riconsiderata ed eventualmente ridefinita così “Quali sono gli antidepressivi che più di altri possono indurre sintomi da interruzione?”.
Voglio quindi ricordare e sottolinerare che una gestione attenta dell’interruzione del trattamento, aspetto che cerco sempre di applicare con i miei pazienti è cruciale per minimizzare il disagio e garantire il benessere del paziente.
































Buon pomeriggio dott.,
soffro da ottobre 2023 di una forte ansia causata da un’insonnia persistente(ero entrata in circolo ansioso ansia/insonnia abbastanza preoccupante).
Ho iniziato a febbraio 2024 con 8 gocce di entact e 100 mg di trittico.
Sono stata in cura per 11 mesi, poi ho deciso, sbagliando di rivolgermi ad un altro medico, che a dicembre 2024 mi ha tolto in soli 8 gg l’entact e mi ha aumentato il trittico a 150 mg, dicendomi che non avrei avuto effetti da astinenza. Invece sono stata malissimo e l’ansia, i tremori, la tachicardia e le pulsazioni alla nuca non passavano. Il dott. semplicemente mi diceva di prendere del lexotan e in malo modo che dovevo avere pazienza di smaltire l’entact dato che per una semplice insonnia mi ero drogata per un anno.
Al che mi sono rivolta ad un terzo medico che ha reinserito 10 mg di entact da marzo 2025 e sul momento mi ha lasciato il trittico a 150 mg e atarax al bisogno in caso di problemi di sonno.
Per un pò tutto bene, poi circa 15 gg fa ho iniziato ad avere giramenti di testa, tachicardia, ansia, umore depresso, vertigini, il dott. mi ha detto di misurarmi la pressione in quanto il trittico porta ad un abbassamento della pressione e potrebbe causare questi sintomi e di abbassare subito il trittico a 100 mg più 10 gocce. Effettivamente la pressione era molto bassa, abbassando il trittico sono stata e sto molto meglio, il dott. ha continuato ad abbassarmi il trittico fino a lunedi portandolo a 40 gocce+atarax per gestire l’eventuale insonnia che la sospensione potrebbe darmi, dicendomi di richiamarlo tra 2 settimane per dirgli come va. L’unica cosa che non mi va via del tutto è il tremolio soprattutto interno con un pò di irrequietezza e il male alla testa(nuca in particolare), oltre al fatto che ho avuto della dissenteria.
L’umore è su, apparentemente non ci sono motivi per questi sintomi ansiosi.
Le volevo chiedere se la sospensione in soli 11 gg da 150 mg a 40 mg di trittico può portare ad effetti da sospensione simili a quelli che ho attualmente, perchè il dott. non me ne ha parlato.
Oppure potrebbe essere l’entact a causarmeli, oppure lo stato ansioso non è sotto controllo? La ringrazio per una sua eventuale risposta.
Gentile Carlotta,
la ringrazio per aver condiviso in modo così chiaro e dettagliato il suo percorso.
Passare da 150 mg a 40 gocce (corrispondenti a circa 40 mg) nell’arco di 11 giorni rappresenta una riduzione piuttosto veloce, soprattutto se il farmaco era stato assunto in modo continuativo per diversi mesi.
Anche se il trazodone è ritenuto relativamente sicura in sospensione rispetto ad altri antidepressivi, alcuni pazienti possono avvertire sintomi da interruzione.
Quindi i sintomi che lei descrive potrebbero essere in parte riconducibili a una sospensione troppo rapida del Trittico, anche se individualmente la soglia di tolleranza può variare molto.
L’escitalopram è un ottimo farmaco per i disturbi d’ansia e dell’umore, ma in alcuni casi può dare una certa attivazione (soprattutto nella fase iniziale o nei periodi di instabilità) sotto forma di:
-Tremori interni
-Insonnia lieve
-Aumento della tensione muscolare o cefalee
Tuttavia, se lei lo assume da marzo in modo costante, è meno probabile che sia il responsabile diretto dei disturbi attuali. Più verosimilmente, l’escitalopram sta svolgendo un ruolo protettivo, ma non riesce ancora da solo a contenere completamente la componente ansiosa, specie in una fase delicata come quella dello scalaggio del Trittico.
Monitori con calma la situazione nei prossimi giorni, magari annotando i sintomi in un diario (frequenza, orari, intensità): questo aiuta sia lei che il medico a capire l’andamento. Se i sintomi dovessero persistere, sarebbe utile stabilizzare il dosaggio del Trittico (magari interrompendo più gradualmente, se necessario) invece di continuare a scendere troppo rapidamente.
Si rassicuri, non sta regredendo né “tornando indietro”, ma sta semplicemente attraversando una fase di assestamento, frequente nei percorsi di cura dell’ansia e dell’insonnia.
Un cordiale saluto
Federico Baranzini